Denis Kibangu Malonda
I migranti sono “missionari di speranza”? Effettivamente, pensando alla mia esperienza in Italia, nella provincia di Roma e in Europa, dove vivo dal 1988 dopo essere immigrato dal Congo ex Zaire, posso affermare che le persone che si spostano dalla propria terra sono spesso un vero emblema, un paradigma di quella «speranza che non delude» (Rm 5,5) che ci viene indicata dal tema di quest’Anno giubilare in corso. Sebbene la presenza dei migranti sia sempre più osteggiata, sono proprio loro a tenere in piedi buona parte della vita della società europea e occidentale.
Lo scorso anno, dopo l’ennesimo fatto spiacevole contro i migranti, ho fatto pubblicamente una provocazione, domandando: se queste persone, queste sorelle e questi fratelli, dovessero promuovere uno sciopero di una giornata che succederebbe nel nostro Paese e nella nostra regione? Si fermerebbe quasi tutto! Molti oggi possono andare a lavoro perché hanno “un immigrato” a servizio: come babysitter, come colf o come badante dei genitori anziani. I migranti sono davvero un pilastro della società.
La speranza che li ha portati qui è anche concretamente la speranza che abita il cuore di ogni persona umana. Persone che partono sempre da situazioni ricche di angoscia, fatica e violenza, e che invece di disperare, hanno il coraggio di affrontare l’incognita e ogni genere di rischi e avversità per gettarsi sulle rotte del mondo. La loro grande speranza è la vita stessa: sono aggrappati alla vita in un modo che forse qui in Occidente non comprendiamo più. La maggior parte di loro sono credenti e molti sono cristiani. Affrontano questa esperienza affidandosi a Dio. Non sono forse una grande icona della speranza cristiana, che possiamo e dobbiamo contemplare?
Questo, poi, è vero anche a un altro livello, che in Italia non è ancora recepito abbastanza. Queste donne e questi uomini sono anche la speranza della Chiesa, incluso il nostro territorio laziale. Nel contesto di secolarizzazione e “scristianizzazione”, essi mantengono viva la fede, nonostante tutto, e ravvivano le comunità dove trovano un’accoglienza effettiva. In Francia e in Belgio, situazioni ecclesiali che conosco, ho visto spesso comunità che oggi sono vive quasi solo per l’impegno dei migranti che vi si sono integrati. Sono veramente una benedizione di Dio.
Oggi dobbiamo comprendere che i migranti sono protagonisti di una nuova pagina missionaria della Chiesa. A cominciare dai preti che vengono a svolgere il loro ministero anche nel Lazio, nelle nostre parrocchie. Nella nostra regione, per mettere in luce l’indole missionaria della loro presenza, siamo già alla seconda edizione del raduno dei sacerdoti non italiani che operano nel Lazio. Al primo ce n’erano più di 200. È vero, molti vengono per studiare, però numerosi pure sono quelli tra di loro che si dedicano al ministero nelle nostre comunità durante la loro permanenza; e alcuni cominciano a rimanere anche dopo gli studi, accertandosi di non impoverire le loro chiese di provenienza. E ci sono sempre più sacerdoti anche “formalmente” missionari, perché arrivano qui inviati dalle loro diocesi di appartenenza come fidei donum.
Quanto alla nostra chiesa particolare di Tivoli e di Palestrina, dove la benevolenza del Vescovo mi affida il compito di seguire la pastorale migratoria e quella missionaria, proviamo con costanza a rendere presente la ricchezza di questa realtà ecclesiale. L’intercultura è una necessità. Le nostre attività, le situazioni che proviamo a creare per promuovere l’integrazione dei migranti nella comunità italiana sono anche quelle in cui le diverse comunità migranti si possono incontrare tra di loro. Perché se il primo riferimento sono i connazionali, ogni migrante qui in Italia scopre il mondo intero.
Ad esempio, una volta al mese celebriamo la Messa internazionale, che è il centro delle nostre attività interculturali. Ad essa partecipano gli africani francofoni, anglofoni e lusofoni, i rumeni – che sono tanti sul territorio – e i peruviani, che sono il gruppo più numeroso per la lingua spagnola. Abbiamo avuto anche la partecipazione degli ucraini, quando ci siamo aperti all’accoglienza di chi si rifugiava qui, all’inizio della guerra. A questa Messa internazionale e alle altre attività interculturali che vengono promosse, si riscontra sempre una significativa presenza di italiani, non solo come operatori, ma da partecipanti. Questi incontri diventano spesso dei veri laboratori di evangelizzazione per tutti.
Un altro momento importante sono i campi estivi interculturali con i bambini, perché è da quella età che bisogna creare le situazioni per farsi prossimi, senza filtri, come solo i bambini sanno fare. Ovviamente sono campi ai quali partecipano anche gli italiani; anzi, sono proprio loro i più grandi beneficiari dell’esperienza. Mi colpisce ancora oggi ascoltare i bambini italiani che imparano a chiamare gli altri con il loro nome tradizionale o col cognome, il nome della famiglia, che in alcune culture è il vero nome. Generalmente si tende a italianizzare il nome dello straniero, e alcune famiglie di migranti lo accettano per sentirsi più a proprio agio. Ma i nostri bambini si chiamano per nome! Con il loro nome. Spesso i genitori italiani sono un po’ prevenuti. Ma poi vedo, e loro stessi vedono, che i figli si amalgamano e giocano insieme in modo naturale, e ne rimangono sodisfatti. Per me anche questa è una bellissima palestra di missionarietà.
Possa questo Giubileo dei migranti, che si celebra insieme a quello missionario, portare frutti per le nostre chiese del Lazio, dell’Italia e del mondo, di una più grande apertura all’incontro dei popoli che Dio ha reso possibile nelle nostre terre. ··