Luigi Scaglione
Raccontare della storia dell’emigrazione laziale è sempre stato un esercizio difficile stante la complessità di un territorio che ha subito e subisce le influenze di una città come Roma. La Caput Mundi assorbe e restituisce, al Paese e al contesto europeo e mondiale, un sistema migratorio fatto di opportunità allo stesso tempo per chi si trasferisce in questo territorio e, in maniera esponenziale, per chi lo abbandona.
Il Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes del 2024 stima che oltre 500 mila persone residenti nella regione Lazio siano iscritte all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) e, quindi, ci indica che il Lazio è una regione con una significativa presenza di cittadini che vivono all’estero, in linea, seppur con una percentuale media più bassa, con le altre regioni italiane.
L’altro elemento da cui partire, invece, è l’analisi di quello che è possibile verificare frequentando l’Unar (Unione associazioni regionali), nell’edificio denominato “Casa delle associazioni regionali” situato nella sede dell’assessorato alla Cultura nel quartiere Parioli a Roma, proprio di fronte alla residenza dell’ambasciatore statunitense. Essa è lo specchio fedele di quelle immigrazioni regionali che hanno fortificato il sistema italiano, ma anche offerto opportunità ai tanti giovani, figli di emigrati italiani a Roma, di prendere il volo verso l’estero. È lì che lo spaccato regionale “emigrato” nel Lazio riesci a vederlo, toccarlo, sentirlo: dai Lombardi a Roma all’Associazione Veneti; e poi il Cenacolo Marchigiano, i Piemontesi a Roma, gli Amici della Puglia e quelli dell’Associazione Romana della Ciociaria; e ancora, la Famiglia Romagnola, il Fogolâr furlan, l’Associazione degli Abruzzesi, degli Umbri, quella dei Triestini e Goriziani e quella della Trinacria. Tra i fondatori dell’epoca anche il Gremio dei Sardi.
Ma il sistema dell’emigrazione nel Lazio si arricchisce di tante altre associazioni regionali che, in una sorta di connessione urbana e di contaminazioni, vede protagoniste anche altre realtà, da quella dei Lucani a Roma, all’Associazione Buccinesi (Buccino-Campania) nel mondo, ai Canosiani (Canosa di Puglia), della Tuscia e dei Romagnoli, di Cerignola e dei Piemontesi, per finire alla potente lobby, nel senso buono, degli Irpini a Roma.
Come in effetti dimostra anche un saggio bibliografico di Maria Rosa Protasi, Emigrazione ed immigrazione nella storia del Lazio dall’Ottocento ai giorni nostri, le informazioni sull’emigrazione dal Lazio sono poche, sebbene molti studiosi abbiano accennato sia alle dimensioni generali del fenomeno, sia a quanto attiene, nello specifico, alle odierne province di Frosinone e Viterbo: «La mancanza di letteratura specializzata rende un po’ inane la discussione, tanto più che alla mancanza di testi corrisponde una debolezza teorica dei pochi che ci interessano. La maggior parte di questi ultimi sottovaluta, infatti, il ruolo di Roma, oppure si limita al mero computo dell’esodo (non particolarmente rilevante) di romani. Non discute invece di come l’Urbe abbia agito quale magnete immigratorio sin dalla fondazione e abbia risucchiato uomini e donne dalla regione circostante. Tali esperienze qui non ci riguardano, tuttavia non vanno sottaciute perché hanno creato l’abitudine a partire, caratteristica di singoli paesi e singole aree laziali. La mancata rilevazione del rapporto tra regione e metropoli nell’interscambio migratorio impedisce la comprensione della plurisecolarità e multidirezionalità dei flussi dal Lazio».
Quasi a circostanziare il fenomeno sopra descritto, va detto che la Regione Lazio è tra le poche in Italia a non aver attivato un sistema di Consulta regionale dell’emigrazione, pur avendoci provato a suo tempo, a lungo confinata nelle attività degli assessorati dedicati alle politiche sociali, con una evidente naturale discrepanza tra le opportunità offerte e il dover riconoscere il fenomeno e farlo diventare anche occasione di promozione del territorio nei contesti internazionali.
Ma il Lazio e Roma hanno di fatto un’altra prospettiva in questa direzione, come dimostra appunto l’analisi territoriale dei flussi di provenienza regionale verso l’estero. Nell’analisi storica, non è un caso che, sempre secondo gli studiosi, dopo il 1900 aumenta vertiginosamente la richiesta di documenti per l’espatrio (tra il 1900 e il 1913 sono stati chiesti 73.000 passaporti) e cambiano le mete: dal 1° gennaio 1905 al 20 febbraio 1906 su 5.827 richiedenti l’autorizzazione a partire nel circondario di Sora ben 4.072 intendevano recarsi negli Stati Uniti. Negli stessi anni i flussi dal circondario di Frosinone sono diretti sempre verso gli Stati Uniti, ma non disdegnano Argentina e il Brasile. «Sono coinvolti – si legge – molti centri del frusinate (Alatri, Anagni, Ceccano, Ferentino, Veroli, Frosinone, e poi Boville Ernica, Monte San Giovanni Campano, Ceprano, Guardino, Collepardo, Patrica) e nascono veri e propri network, che, per esempio, collegano Anagni e Rochester, Patrica e Pittsburgh. Nel frattempo non spariscono del tutto i movimenti sulla scia degli ambulanti, in particolare verso la Francia e l’Inghilterra». Così scriveva Luigi Salazar alla vigilia della Prima guerra mondiale che un folto gruppo dei 300 italiani a Dublino viene da Casalattico, altro centro del frusinate, e si dedica alla vendita di gelati.
Il Ventennio impedì le partenze degli italiani verso l’estero per la paura, forse, di sottrarre braccia alle terre e alle armi. Tracce di immigrazione laziale si ritrovano, quindi, solo dopo il 1945 nella città di Parigi con percorsi migratori da Cassino e dalla Ciociaria più in generale. «Molto interessante – si aggiunge nella medesima ricerca storica – è il riferimento a un rapporto redatto nel 1952 dalla Missione cattolica di Parigi, in cui i ciociari vengono definiti come un gruppo très chrétiens, mais ni instruits, ni cultivés, a metà strada tra i bergamaschi, definiti credenti, praticanti e colti, e i romagnoli, inquadrati come fortemente anticlericali».
Ma il mondo è qui. E l’aspirazione a muoversi va oltre il concetto di “restanza” e “ritornanza” e va verso quello nuovo della “trasmondanza”: girare il mondo, con la circolarità delle emozioni e dei ricordi che tendono a riportarti sempre dove ci sono le origini e le proprie radici. ··