Il 18 dicembre si celebra la Giornata internazionale dei migranti, proclamata dall’Onu nel 2000 per ricordare l’approvazione – il 18 dicembre 1990 – della “Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie”. Per l’occasione ripubblichiamo integralmente da “Migranti Press” l’intervista di Ilaria De Bonis a Marco Omizzolo sulla vicenda “esemplare” – un storia di successo ma anche di fallimenti – di Balbir Singh.
È forse ingenuo definire la storia di Balbir Singh semplicemente come di successo o “a lieto fine”. Ma, in effetti, quella del bracciante sikh indiano rimasto schiavo per sei anni in una tenuta di uno dei tanti “padroni” dell’Agro pontino, e poi liberato, non può essere chiamata in altro modo.
L’uomo, originario del Punjab come migliaia di altri braccianti nelle campagne laziali, è emerso dalla trappola di una vita disumana e fuori legge (schiavizzata eppure “normalizzata” in Italia), grazie alla sua forza di volontà, alla preghiera, e a una profonda fede in Dio, quella del sikhismo appunto.
Ma senza la rete di persone, con Marco Omizzolo al centro, che si sono occupate di lui, dopo mesi di lavoro in accordo con le forze dell’ordine, Balbir non sarebbe mai uscito dalla schiavitù.
Ne abbiamo parlato proprio con Omizzolo, classe 1975, sociologo, giornalista, attivista e grande conoscitore della realtà nelle campagne della Pianura Pontina. È co-autore con Singh di Il mio nome è Balbir, pubblicato da People editore...