La celebrazione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato coincide con la ripresa delle attività nelle nostre parrocchie all’inizio dell’anno pastorale, dopo la pausa estiva.
È bello pensare a questo momento come una fase di studio sulle priorità del nostro cammino, per non correre il rischio di faticare invano, per fare in modo che sia il Signore a costruire la casa, a vegliare sulla città (cfr. Sal 127,1).
«Ecco, eredità del Signore sono i figli, è sua ricompensa il frutto del grembo» (Sal 127,3). Il Salmista ci invita a riflettere sull’importanza di aver cura del dono delle nuove generazioni, perché da questo atteggiamento dipende la stabilità della nostra casa e la sicurezza della nostra città: «Beato l’uomo che piena ne ha la faretra: non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta a trattare con i propri nemici» (Sal 127,5).
Il tema scelto per la 112ª Giornata del migrante e del rifugiato si ispira a una frase del Vangelo di Matteo che riguarda proprio l’attenzione nei confronti dei piccoli: “Anche uno solo di questi bambini” (Mt 18,5).
Gesù ci ricorda che, accogliendo un solo bambino nel suo nome, è lui a esser accolto. Con ciò mette l’accento da una parte sul valore di un gesto concreto, apparentemente piccolo agli occhi del mondo, ma che sa andare al di là della semplice commozione, resistendo alla tentazione di assuefarsi al male.
Dall’altra precisa che la grazia della bellezza e della novità del Vangelo ci giunge attraverso questi fratelli e sorelle più piccoli con i quali Egli stesso si identifica: «La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo» (Dilexi Te, 110).
Il libro degli Atti degli Apostoli testimonia come il Vangelo si sia diffuso da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra, proprio grazie a dei migranti.
Si tratta di quei primi discepoli di Gesù, costretti a lasciare le loro case al momento della persecuzione scoppiata al tempo del martirio di Stefano che si disperdono senza perdersi nel loro cammino di fede (At 8,2).
«Alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Barnaba ad Antiochia» (At 11,20-22).
Ciò che avvenne al principio dell’evangelizzazione è ciò di cui anche noi ora possiamo fare esperienza.
Ieri come oggi è necessario convertirsi, cioè cambiare mentalità, come ci ricorda papa Leone: «Anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico» (Dilexi Te, 15).
Il Salmo 127 termina con un’immagine forte, paragonando i figli della giovinezza a delle frecce per la guerra (v. 4). Il Salmista non intende affatto benedire le armi, ma piuttosto quelle persone che accolgono e si prendono cura dei piccoli, riconoscendo in ognuno di loro un figlio, una figlia di Dio, un fratello, una sorella da amare.
Non dimentichiamo l’ospitalità (cfr Eb 13,2), non lasciamoci rubare la gioia del Vangelo. (mons. Gherardo Gambelli | "Migranti Press" 7- 2026)