FONDAZIONE MIGRANTES
ORGANISMO PASTORALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

L’integrazione degli immigrati e dei loro figli in Italia

(9 luglio 2014) - L’acquisizione della cittadinanza dovrebbe essere facilitata ed incoraggiata perchè i figli degli immigrati naturalizzati hanno migliori risultati nel mercato del lavoro
9 Luglio 2014
(9 luglio 2014) - Secondo l'Ocse, nel suo Rapporto "Lavoro per gli immigrati: l'integrazione nel mercato del lavoro in Italia", l’Italia dovrebbe impegnarsi per favorire l’integrazione degli immigrati e dei loro figli nella società e far sì che acquisiscano le capacità necessarie per migliorare le loro prospettive lavorative e i loro salari.
A illustrarlo alla stampa e alle istituzioni: Giorgio Alessandrini presidente delegato dell’Organismo Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale degli stranieri del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), Stefano Scarpetta direttore DELSA – OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), e Natale Forlani direttore generale dell’Immigrazione e delle Politiche di integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. La ricerca rientra nella serie di studi "Jobs for Immigrants - lavoro per gli immigrati”, condotti dalla Divisione per le migrazioni internazionali dell'OCSE, partendo dal 2007 e prendendo in esame 11 paesi dell’area. L’Italia è il Paese dell’OCSE che dal 2000 ha ricevuto i più alti flussi migratori sia a livelli assoluti che in percentuale sulla popolazione totale. Il fenomeno è stato graduale e diverso. All’inizio i migranti che approdavano sulla Penisola erano prettamente persone poco qualificate. Hanno poi avuto luogo i  ricongiungimenti familiari che hanno incrementato notevolmente la popolazione immigrata, in proporzione più giovane di quella italiana, di conseguenza si è registrato un numero sempre più elevato di figli di immigrati.
Questa analisi è stata delineata dal presidente del CNEL, Antonio Marzano durante il suo saluto di benvenuto. “Nel corso della presentazione a cui ci accingiamo - ha dichiarato Marzano - scopriremo che fra tutti i Paesi finora presi in considerazione dall’OCSE, l’Italia rappresenta un caso particolare”. Il perchè il Presidente Marzano lo riassume nei seguenti punti: in primis la popolazione immigrata negli ultimi quindici anni è più che quadruplicata, e si attesta intorno ai 4,5 milioni di soggetti. L’Italia insieme alla Spagna ha registrato una crescita senza precedenti di flussi migratori rispetto agli altri paesi dell’OCSE. Sicuramente per la strategica posizione geografica. Nel periodo 2011/2012 la popolazione immigrata rappresentava il 10% della popolazione lavorativa. Nonostante il basso tasso di occupazione che c’è in Italia, mediamente registrato, il tasso dell’occupazione degli immigrati è di poco superiore a quello dei nativi. Questo dato per Marzano si basa su due ragioni principali: “la prima e che gli immigrati sono concentrati nelle fasce di età più attive, la seconda ragione dipende dalla prolungata recessione economica che crea problemi anche agli autoctoni per l’inserimento nel mercato del lavoro”.
Il rapporto, secondo il  presidente, tocca il cuore del problema partendo dalle disparità regionali. Infatti non tutte le regioni hanno lo stesso atteggiamento nei confronti degli immigrati. Dalle regioni si fa un confronto internazionale del livello di istruzione degli stranieri e delle loro capacità professionali, si valuta l’integrazione nella scuola e nel mercato del lavoro, si esaminano le politiche in grado di contribuire a migliorare l’integrazione di costoro. “Ognuno ha diritto di portarsi dietro la propria cultura e i propri valori - ha continuato Marzano - ma dato che sono destinati a vivere e operare in Italia, l’integrazione deve cominciare dalla scuola”. In tema di scuola dal Rapporto emergono inoltre alcune raccomandazioni: rafforzare il sostegno a programmi di doposcuola e fare in modo che i figli di immigrati abbiano pari accesso a queste misure; aumentare le risorse finanziarie delle scuole per la formazione linguistica dei bambini immigrati appena arrivati; dare maggiori indicazioni alle famiglie sul sistema d’istruzione e sulle prospettive offerte dal mercato del lavoro dopo la scuola, in particolare prima della scelta tra i diversi percorsi forniti dalla scuola secondaria superiore; limitare le possibilità di ottenere permessi di lavoro per bambini che arrivano prima dei 18 anni se non hanno completato il ciclo di istruzione secondaria inferiore; estendere il sistema di formazione professionale al quarto e quinto anno in tutte le regioni. Ultima voce, ma non per questo meno importante: incoraggiare l’acquisizione della cittadinanza per gli immigrati in possesso dei requisiti e i loro figli.
Per l’OCSE è finito il tempo dell’approccio mercantile alle politiche migratorie, servono nuovi criteri legati allo sviluppo della persona che purtroppo però la crisi in atto non certo aiuta a contrastare.
A seguire l’intervento di Giorgio Alessandrini, presidente delegato dell’Organismo Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale degli stranieri del CNEL, che ha aperto ufficialmente il dibattito. 
 Alessandrini ha esordito con un giudizio positivo sul contenuto del rapporto perché ha precisato  – “delinea correttamente le caratteristiche dell’evoluzione dell’immigrazione in Italia dal 2000, ne indica le ragioni strutturali, dal deficit demografico, ai fattori economici a quelli geopolitici, ecc…”. Secondo Alessandrini il rapporto mette a fuoco la gravità delle conseguenze della crisi economica sugli immigrati e le loro famiglie, in termini di disoccupazione, di impoverimento, ne individua le priorità da affrontare per le integrazioni sociali per quanti resteranno in Italia e per i loro figli. Per Alessandrini, che evidenzia la centralità della qualificazione del mercato del lavoro e dell’integrazione del sistema scolastico, va anche sottolineata “la difficoltà per la ricera di cogliere un ruolo che è stato ed è storico e straordinario nelle diverse modalità di intervento delle regioni e degli enti locali, nonché del ruolo della società civile organizzata per le politiche di integrazione nelle realtà territoriali nel nostro Paese”.
Una specificità che il rapporto ha delle difficoltà a cogliere. Il rapporto stesso - ha continuato Alessandrini - è un po’ alla ricerca di una responsabilità nazionale per le iniziative di integrazione, tra le politiche portate avanti con molto coraggio e determinazione dalle realtà locali, regionali, territoriali e le politiche portate avanti attraverso soprattutto i progetti a livello nazionale, sia  del Ministero degli Interni, sia del Ministero del Lavoro”.
Ha poi preso la parola il direttore DELSA dell’OCSE Scarpetta ,  che ha coordinato tutto il lavoro che ha portato alla stesura dell’attuale rapporto. La situazione dell’Italia, ha spiegato, è uguale a quella di molti altri paesi che in modo diverso condividono gli stessi problemi  in materia di immigrazione e integrazione. “Offrire una fotografia accurata sulla situazione degli immigrati nel nostro Paese non è facile - ha aggiunto Scarpetta -. L’Italia si distingue in tanti aspetti, soprattutto per la dimensione dei flussi migratori, per il fatto che si siano concentrati in un periodo relativamente breve, ma anche per le caratteristiche degli immigrati che rendono comlpesso il processo di vera integrazione economica e sociale”. “L’Ocse fa studi comparati - ha continuato il Scarpetta - in cui qualunque sia il tema di politica economica, cerchiamo di mettere in luce quelli che sono i risultati dei diversi paesi, ma anche quelle che sono le politiche che le varie nazioni  hanno in opera, cercando di evidenziare come le politiche e le istituzioni  possono poi contribuire a risultati più o meno soddisfacenti”.
Attraverso una serie di slide  Scarpetta ha elencato le specificità degli immigrati e i loro risultati nel mercato del lavoro confrontando i dati italiani con quelli degli altri paesi presi in considerazione negli studi fatti in precedenza. Un fattore determinante per gli esiti nel mercato del lavoro degli immigrati in tutti i paesi è senz’altro stabilito dalla loro formazione. Rispetto ad altri Paesi dell’OCSE gli immigrati che hanno scelto la nostra Penisola sono poco istruiti. Meno del 10% ha un’istruzione universitaria, la percentuale più bassa  che si registri assieme alla Grecia. Al contrario, il risultato per il livello di istruzione riferito alla scuola secondaria superiore risulta relativamente elevato. I livelli di istruzione tra coloro che sono al di sotto dei 35 anni sono molto più bassi confrontandoli con quelli dei nativi. Purtroppo la situazione non si presenta migliore se si analizzano i risultati scolastici dei figli degli immigrati. Per ridurre questo handicap bisogna fornire  maggiori informazioni alle famiglie, sarebbe un primo passo per ridurre alcune lacune. Ma l’immigrazione ha portato anche esperienze positive, esistono e dovrebbero essere di più valorizzate.
A chiudere il dibattito Natale Forlani direttore generale dell’Immigrazione e delle Politiche di integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.  “Quando si parla di immigrazione, non dobbiamo dimenticare che il fenomeno ci interessa da un arco di tempo relativamente recente, – ha affermato Forlani - quando ragioniamo in termini di comparazione internazionale ricordiamo che il nostro Paese  ha 15 anni di storia di accoglienza... Partiamo da una accoglienza recente, forse è il caso più esposto di immigrazione multiculturale a livello mondiale. La composizione dei nostri flussi è poliedrica fatta di tante comunità, che hanno approcci ai temi dell’integrazione diversissimi… E’ una immigrazione legata a opportunità di lavoro e impiego, in alcuni casi è una immigrazione circolare di andata e ritorno”. 
Dalla comparazione con gli altri paesi la situazione dell’Italia emerge nelle sue peculiarità non solo per il volume della popolazione immigrata, ma anche per il sistema dei permessi e le procedure per la regolarizzazione e le politiche di integrazione e la loro implementazione sul territorio nazionale. Tra le principali raccomandazioni evidenziate nel rapporto in tema di lavoro va ricordato in sintesi: analizzare l’effetto sproporzionato della crisi economica sugli immigrati e promuovere la loro occupabilità; combattere il lavoro sommerso e irregolare; migliorare le infrastrutture per l’integrazione; facilitare l’integrazione dei figli immigrati. (Inform)